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  26 marzo , 2008       piero.devita       Attualità    1 Commenti
Trebisacce- Don Joseph Vanson

RIFLESSIONI DI DON JOSEPH VANSON

 

1. GIOVEDI SANTO 2008

La celebrazione di oggi ci pone dinanzi alla grandezza del Maestro di Nazaret. Una grandezza che ci raggiunge attraverso i doni che scaturiscono dal suo intimo e diventano per noi segni tangibili di amore: il dono del suo servizio nella lavanda dei piedi; il dono del Pane di vita, il dono del sacerdozio ministeriale. 

“Figlioli miei”: è questa la parola di Gesù. “ Amici miei, amici carissimi”, così li saluta tutti. E questa tenerissima pietà non è negata neppure a Giuda. Bisogna avere una grande capacità di immaginazione per pensare all’amore di Gesù, e alla ricchezza di quei gesti e di quelle parole. “Prendete e mangiatene tutti”. Ora queste parole le dice per noi. Tutto ciò che è avvenuto quella sera si ripete anche oggi. Tutti i sentimenti di quella sera sono racchiusi nell’eucaristia che celebriamo, segno visibile di una realtà invisibile, luogo sacramentale della presenza di Cristo in mezzo a noi. Qui Cristo si dona totalmente. Con lui diventiamo una sola vita, un solo sangue, un solo corpo. Ciò che importa è che questo dono diventi nutrimento della nostra speranza e del nostro amore nella vita di ogni giorno. 

Gesù ci ama con un amore sconfinato: offre il suo corpo come cibo, e si fa come un domestico che lava i piedi ai discepoli. La dignità per Gesù sta nell’amare gli altri, sta nell’inginocchiarsi a lavare i piedi. E’ la sua ultima grande lezione da vivo: “Sapete ciò che vi ho fatto? - dice alla fine della lavanda - Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi”. Non chiede ai suoi di affrontare la morte per difenderlo, ma offre la sua vita per salvare i suoi, cioè tutti gli uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo. Il Forte e il Potente diventa l’Agnello che va incontro al sacrificio, l’innocente che paga per i peccati dei colpevoli. Ecco a che cosa conduce l’amore: a spezzarsi, a versare il proprio sangue, a conoscere anche l’amarezza dell’abbandono, della solitudine, del dolore infinito, della morte. Il mondo educa a servire solo se stessi, Gesù esorta ad amare anche gli altri sino a chinarsi per lavarsi i piedi gli uni gli altri. E’ un comando nuovo. Non lo troviamo infatti tra gli uomini; non nasce dalle tradizioni umane. Tale comando viene da Dio. E solo praticandolo lo si comprende.

Nella santa Liturgia di questa sera la lavanda dei piedi è solo un segno, una indicazione della via da seguire: lavarci i piedi gli uni gli altri ed essere misericordiosi con tutti. Insomma, il Giovedì Santo ci insegna come vivere e da dove iniziare a vivere: la vita vera non è quella di stare diritti nel proprio orgoglio, ma piegarsi verso i fratelli e le sorelle, iniziando dai più deboli. E’ una via che viene dal cielo, eppure è la via più umana che possiamo desiderare. Tutti, infatti, abbiamo bisogno di amicizia, di affetto, di comprensione, di accoglienza, di aiuto. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si chini verso di noi, come anche noi di chinarci verso i fratelli e le sorelle. Il Giovedì Santo, è davvero un giorno umano: è il giorno dell’amore di Gesù che scende in basso, sino ai piedi dei suoi amici. E tutti sono suoi amici, anche chi sta per tradirlo. Per Gesù nessuno è nemico, tutto per lui è amore.

Allora potremmo definire il Giovedì Santo il giorno dell'amore di Cristo spinto «fino all'estremo » (cfr. Gv 13,1). Così emerge dal racconto evangelico ed è realmente quanto avvenuto la “vigilia della sua passione”, come si legge nel Vangelo di Giovanni, Gesù «sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…. li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Con queste parole l’Evangelista c’introduce nel cuore del mistero pasquale, ossia nell’ “ora” costituita dagli eventi supremi della sua esistenza terrena: la passione, la morte, la risurrezione. Il tutto va visto e vissuto come il transito da uno stato di caducità, a uno stato di gloria e di felicità. Questa è l’ “ora” in cui si esprime e si realizza il vero esodo dell’umanità dalla schiavitù del peccato, allo stato della vera libertà dei figli di Dio.

Amare “fino alla fine” non va certamente interpretato in senso umano, ossia fino alla morte; semmai è il caso di dire che fu proprio l’amore infinito per noi a condurre Cristo alla morte. Come non pensare, a questo punto, all’Eucaristia, il segno più sublime del dono? È «L’auto-donazione di Cristo, che raggiunge la sua espressione più alta nel sacrificio della Croce, di cui l’Ultima Cena è l’anticipazione sacramentale». Così, dobbiamo guardare l’Eucaristia: un mistero di fede, un mistero di luce, un mistero di dono, un mistero d’amore. L’eucaristia non è solo presenza reale, ma è anche coinvolgimento e comprensione. Dio si mette nelle mani di un uomo, di un prete. Il Forte nelle mani fragili. Il Puro nelle mani impure. Il Santo nelle mani di un peccatore. 

Dovremmo allora dirgli: «Signore, vieni in nostro aiuto! Fa’ tacere la nostra intelligenza; facci il dono della fede, perché possiamo finalmente provare stupore e meraviglia di fronte al paradosso del tuo Amore: la Croce, l’Eucaristia, l’amore per gli altri. Tu sei un Dio povero, umile, ultimo: servo di tutti. Tu per noi, non ti risparmi in nulla; ci fai dono di tutto ciò che sei e di tutto ciò che hai. Tu, il Signore, ti fai servo e schiavo, ti fai cibo e dono».

Certamente noi comprendiamo poco o nulla di tutto questo, proprio come i discepoli: «Quello che faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo disse Gesù a Pietro. Capiremo anche noi quel gesto soltanto quando sarà diventato il nostro stesso gesto, quando noi pure ci chineremo, come Gesù e per Gesù, disposti, come lui, a “dare la nostra vita” agli altri.

Gesù sapeva benissimo che i suoi discepoli non avrebbero capito proprio nulla. Anche noi, come loro, non riusciamo né a capire, né a fare come lui. Non riusciamo a capire che essere Dio significa chinarsi fino all’ultimo dei peccatori, e che essere uomini veri significa fare come lui.

Gesù è dunque “Altro” da tutto il nostro modo di pensare e operare. Ci dà un criterio diverso: è lui che si mette “sotto”... Lui è uno che ha autorità: ma il suo potere è così diverso da quello umano: è una “potenza” senza potere... Il mondo domina, possiede, umilia, corre per i primi posti... Gesù, semplicemente, ama in totale gratuità; si fa servo, dà la vita per i suoi nemici, si consegna alle mani di ogni uomo, lo libera e lo fa vivere, vince con la sua capacità di perdere...

L’evento dell’Ultima Cena, lavanda dei piedi, inginocchiarsi di Dio di fronte all’uomo per servirlo, svela uno stile, un agire di Dio che diventa un “comandamento”, per tutti: «… come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 13-15).  Questo significa impegnare la nostra vita per qualcosa di grande, grande come è stata tutta la vita di Gesù «il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Ecco dove arriva l’amore. In questo giovedì santo noi siamo tutti invitati a essere Giovanni, cioè il discepolo che si fa amare. Essere significa amare. Amare significa perdersi. Questo è il comandamento nuovo di cui parla Gesù e ci invita a smarrirci gli uni negli altri, gli uni per gli altri. A lasciarci mangiare da altri. Questo significa amare e a questo ci ha chiamati Gesù.    Sia lodato Gesù Cristo!

 


RIFLESSIONI DI DON JOSEPH VANSON

 

 

 

2- VENERDI SANTO 2008  

Abbiamo voluto accompagnare Cristo fino a questo suo mistero, a questa estrema stazione del cammino temporale della sua vita. Ci sono tante persone - come furono nella scena evangelica – che seguono Cristo – che ne ascoltano alcune parole, che ne ammirano alcune opere prodigiose, che simpatizzano con Lui quando tutto va bene e dicono: Signore, “Ti seguirò dovunque tu andrai”. Uguali erano state le promesse degli Apostoli poche ore prima. Se sarà necessario anche morire per te, non ti negherò. Ma poi: lasciatolo, fuggirono. Gli apostoli, i fedeli più cari, i più istruiti, quelli che avevano giurato fedeltà, tutti furono assenti. Solo Giovanni arrivò: salì fino al calvario, non ebbe paura, non ebbe vergogna, fu là sotto la croce, accanto a Gesù, a condividere il pianto delle donne afflitte, il pianto della Madonna Santissima. Voi avete voluto arrivare fino alla croce: non siete fuggiti, il Signore sarà sempre con voi e camminerà accanto a voi.

Sulla collina, quel giorno, hanno voluto piantare la tua croce: pensavano di farti tacere, una volta per tutte, di fermarti per sempre.  Per questo hanno inchiodato le tue mani: così non avresti più potuto guarire e liberare dallo spirito del male, rialzare da terra e restituire alla dignità di figli di Dio e alla vita. Per questo hanno inchiodato i tuoi piedi: non saresti più entrato nelle case dei peccatori per annunciare la misericordia, nella sinagoga per proclamare con voce alta e forte l’anno di grazia e di amore che non ha più fine, non avresti più potuto partecipare alle vicende degli uomini per donare salvezza e gioia. Sulla collina, quel giorno hanno piantato la tua croce, ma quel legno che ha ricevuto il tuo sudore e il sangue è diventato il nuovo albero della vita, lo strumento crudele di supplizio è divenuto simbolo di amore.

Qui, davanti al Crocifisso, tante nostre immagini di Dio vanno in frantumi.             - Eravamo abituati a immaginare Dio con gli emblemi della forza, ma qui Dio si rivela nella debolezza. – Eravamo pronti ad attribuire a Dio il successo e la vittoria sui nemici, ma qui Dio appare come sconfitto e vinto. – Eravamo sicuri di poter rappresentarci Dio come una pienezza autosufficiente, ma qui Dio si lascia attraversare dalla lancia e riversa su di noi il suo sangue, fino all’ultima goccia.

La croce, non è una scoperta dell’evangelista, essa, in primo luogo, è il segno della morte perché, come ci ricorda l’apostolo Paolo, “Gesù è morto per tutti”. In secondo luogo, la croce è anche simbolo di redenzione e di vita. In terzo luogo, la croce è segno della potenza di Dio, mediante la quale tutti noi siamo salvati: è l’ultimo e supremo segno di vittoria. La disponibilità a portare la croce è rinunciare a se stessi, ai propri progetti. La croce si impone come uno scandalo, un fatto cioè incomprensibile e insopportabile. Che bisogno c’era, per salvarci, che un uomo buono e innocente patisse tutto questo dolore? Come è possibile che il Padre, che è amore, abbia potuto riservare al Figlio un destino così crudele? Non c’era, per salvarci, un via meno tragica? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Gesù ha gridato. Gesù in croce appare come l’abbandonato anche da Dio, lui che era giusto e innocente. Mistero davanti al quale bisogna sostare in silenzio, senza la pretesa di voler spiegare. 

Gesù ha parlato della sua presenza in ogni uomo che soffre. Ogni povero, ognuno che è colpito dal male è immagine che rimanda all'uomo della passione, al Croci-fisso del Calvario. Non è possibile guardare al Crocifisso e dimenticare gli altri crocifissi. Non è più possibile, dopo il venerdì santo, vedere il volto di un sofferente senza intravvedervi i lineamenti di Gesù, il giusto e l'innocente; e senza vedervi il segno della presenza di Dio. Come quello di Gesù, il volto e il corpo delle vittime è ormai il tempio di Dio. Allora, credere significa anche questo: osservare gli orrori di oggi -le facce distrutte dalla violenza, dalla tortura, dall'ingiustizia, dal dolore, dalla fame, dalla droga- e riconoscere la presenza di Dio.

Talvolta le famiglie hanno sofferenze molto gravi: pensiamo all'angoscia di genitori che si vedono nascere un figlio disabile, o che hanno un figlio tossicodipendente; pensiamo alle famiglie che hanno il papà o la mamma non autosufficienti, o un malato cronico che non possono assistere in maniera sufficiente; pensiamo alla moglie che si vede abbandonata dal marito o viceversa, alla donna che ha davanti a sé una maternità difficile, alla famiglia che viene a sapere che un congiunto é colpito da tumore. In questi drammi spesso la famiglia si trova sola.La Vergine Addolorata ci chiama alla solidarietà, perché nessuna persona e nessuna famiglia nel dolore sia lasciata sola.

Quando muore un figlio o una figlia, la vita si ferma. E tutto si frantuma in quell’attimo che sembra moltiplicare all’infinito il dolore, senza vie di uscita. Le vittime della strada, o della droga, o dell’omicidio, ogni anno in Italia sono migliaia e migliaia.  La vita di questi padri, madri, fratelli o figli di queste vittime è una vita di lacrime, una vita di dolore, una vita di angoscia. Queste persone soffrono tanto e si disperano, spesso senza voce. Oggi, queste persone in modo particolare devono rivolgere a Maria, una madre che vede morire il proprio figlio e non può far niente. Non può nemmeno piangere per non far soffrire ancora di più il suo figlio. 

La liturgia orientale in modo particolare ricorda lo sguardo Maria su Gesù nella grotta di Betlemme e oggi lo sguardo di Gesù su Maria dalla croce. Maria soffre nel veder soffrire Gesù, Gesù soffre nel veder soffrire sua Madre. Donna ecco tuo figlio. Questa parola è tutta sua. Donna: non mamma, perché questa parola, troppo calda d’amore in quel momento si sarebbe portato via tutto il cuore. Ecco il tuo figlio: è l’addio. Le lascia un altro figlio. Come non trapasserà l’anima di Maria ascoltare questa parola. Ecco tua madre. Queste parole scavano in lei l’abisso della Madre dolorante per tutti i figli. Anche per i lontani, anche per i perduti, anche per quelli che sono lì che insultano il suo figlio, anche per Pietro che piange nell’orto. Chiediamo alla Vergine Addolorata che ci dia la sua stessa fede e il suo amore solidale. Chiediamole che ci apra gli occhi, perché vediamo le sofferenze nascoste dei fratelli; che ci apra le orecchie, perché sappiamo ascoltare il grido silenzioso dei disperati; che ci apra la bocca, perché sappiano pronunciare parole d'amore; che ci guarisca le mani ferite, perché sappiamo compiere gesti d'amore. O Madre, sorgente di amore, fa’ ch’io viva il tuo martirio, fa’ che io pianga le tue lacrime.  Madre, tu sei ogni donna che ama. Madre, tu sei ogni madre che piange un figlio ucciso, un figlio tradito, un figlio drogato e perso. Fa’ che arda il mio cuore nell’amare il Cristo Dio, nel consolare i miei fratelli.

Ora che siamo ai piedi del Calvario, guardiamo quest’uomo che sta morendo. Guardiamo l’umanità di Cristo, guardiamo le sue mani stese sulla croce, le sue braccia accolgono tutti gli uomini, le sue braccia abbracciano tutti gli uomini, le sue braccia racchiudono tutti i pianti, tutte le amarezze, tutte le angosce, tutti i problemi, tutti i peccati. Le sue mani che hanno plasmato l’uomo sono ora fragili come la polvere; le sue mani che hanno guarito son ora ferite, malate, sulla croce; quelle mani che hanno parlato con gesti di servizio e miracoli ora tacciono. Le sue mani sono inchiodate come è inchiodato il peccato, affinché tutti risorgano a vita nuova.

Accanto alle sue mani, altre mani crocifisse dalla vita sperimentano la fragilità della propria condizione, del proprio dolore, che spesso ci porta al limite della disperazione. La tua sofferenza, accanto a quella di tutti, è la memoria della violenza, di maltrattamenti, di calunnie …

Quattro mani violente appartengono ai due ladroni giustiziati sul Golgota, fissati per sempre dall’evangelista come i due “ladri” nel racconto della Passione. Uno di questi ha gli occhi accecati ed esce ben presto di scena. Le sue parole con il suo atteggiamento di rifiuto, diventano silenzio. Le parole dell’altro, invece, sono brevi e semplici, ma ricche di significato: “ricordati di me”. Sono le parole con cui il ladro, alla fine della vita, ha bisogno di qualcuno che gli dia consolazione. La vuole da Gesù perché è l’unico che può farlo e che sta condividendo la sua stessa sofferenza.

Ricordati di me, Signore, ricordati di me: non delle mie opere, perché mi fanno paura; ricordati di me, tuo compagno di strada, quando sarai “nel tuo regno”. Il ricordo di Dio, che è salvezza, è chiesto con fiducia a un compagno di strada, ed ora i due sono compagni nella strada finale. Nessuna vita umana può ritenersi realizzata senza questa tappa. Gesù e il ladro, con le mani inchiodate, sono l’uno per l’altro lo specchio della propria sofferenza.

Il “buon ladrone” è quindi colui che “vede”; colui che si apre alla presenza dello Spirito e riceve in dono “occhi che vedono”. Al ladro vengono illuminati gli occhi, è il primo credente. È il primo salvato dalla croce. Il primo che guardando Gesù sulla croce comprende il proprio peccato, se ne pente e chiede perdono. Accetta il disegno di Dio sul dolore. Riconosce il proprio peccato e accetta che tale peccato meriti condanna e pena. Cerca, attraverso la croce, la salvezza vera, quella definitiva, quella eterna: Gesù ricordati di me! Oggi sarai con me nel paradiso. È i primo di fronte, malati e moribondi consolati dalla grazia di Dio. Per la fiducia posta in Gesù, suo compagno di strada, entra in paradiso prima di tutti, riceve la grazia dove Adamo ha fallito.

S. Agostino paragona questo discepolo senza nome a quelli di Emmaus. Anch’essi sono “compagni di strada”, ma non sono stati in grado di riconoscere il Signore risorto se non dopo aver visto un gesto concreto (spezzare il pane), mentre il ladro lo confessa Signore quando agli occhi di tutti era uno dei tanti criminali condannati.

Mostriamo anche noi con gesti semplici il nostro affetto e la nostra gratitudine: baciamo quel costato aperto, per rigenerare la nostra umanità segnata dalla debolezza e dal peccato. Affidiamo al Crocifisso, ogni nostra pena e ogni nostra debolezza, perché proprio in questo Dio fragile e ferito, calpestato e messo a morte è la nostra speranza e la nostra salvezza.

Signore, ai nostri peccati non guardare, siamo tutti ugualmente colpevoli. Uno è infermo e non riesce a guarire, uno è tradito e non sa a perdonare, uno è perseguitato e non sa accettare. Bambini a milioni muoiono di fame, donne e madri a milioni piangono i loro figli e fratelli in guerre assurde. Terremoti e pestilenze e alluvioni ci colpiscono ad ogni stagione e uscire di casa è come andare alla guerra.   Il denaro vale più del sangue fraterno, i beni contesi come fossimo nemici e il potente vuole sempre maggiore potenza. Lo straniero non è neppure un uomo, continenti interi rifiutano ogni fede.  E la chiesa è tentata come te nel deserto, la chiesa è segnata come te dalle piaghe, la chiesa non è creduta come te.

Signore insegnaci ad essere beati nel pianto, aiutaci a essere miti e liberi, donaci un cuore puro e pacifico. Signore, risali nella nostra barca e calma la nostra tempesta. Entra nelle nostre case e consola il dolore di tutte le mamme. Fa che nessun uomo si senta più orfano e abbandonato ma amato da te e da tutti gli uomini.

Sia lodato Gesù Cristo.

 

 

 


RIFLESSIONI DI DON JOSEPH VANSON

 

 

3- DOMENICA DI PASQUA 2008


 Non è qui! È risorto!...
Fratelli nella fede,

queste parole che dovevano essere la gioia (degli apostoli e la gioia di ogni credente) inizia invece il vero dramma del cristiano riuscire a credere che Tu sei Risorto, testimoniare al mondo intero che Tu sei Vivo, l’unico tornato dal regno dei morti. Perché credere nella resurrezione significa cambiare ogni cosa, cambiare modo di pensare, modo di amare, modo di vivere, modo di agire. Significa gridare a tutti e con forza non è qui, è risorto, e noi siamo risorti con lui.

         Provate dire queste parole a una madre che ha perso il suo figlio e va tutti i giorni al cimitero a piangere, a parlare con lui, provate a dire a una moglie che va a ricevere la consolazione dalla tomba del marito, provate dire a un marito che va a ricordare i bei momenti vissuti insieme alla moglie che non c’è più, provate a dire a un figlio che ha perso i suoi genitori in un incidente stradale o per malattia, non sono qui sono risorti. Immaginate, quale sarebbe la sua /loro reiezione?

         Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: <<hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’anno posto>>. Anche Maria di Magdala porta le notizie della morte, il corpo trafugato, pietra tolta, i teli lasciati al sepolcro. È sconvolta, nel suo cuore c’è buio, non è passato nemmeno per sua testa che Gesù fosse risorto è vivo. È più facile credere alla morte che alla risurrezione! Immaginate se un morto ritornasse in vita quando siamo al cimitero, sono certo che la nostra corsa non sarà per abbracciare quel morto tornato in vita, ma verso la casa per la paura. Nessuna mamma sarà disposta ad abbracciare quell’figlio ritornato dal mondo dei morti. 

I due discepoli arrivano al sepolcro. Pietro entra per primo, osserva le cose come aveva descritto Maria di Magdala. Poi entra Giovanni vide e credette. Ecco qui la pasqua, passare dalle cose visibili alla fede. Pasqua è la festa della nostra fede, la gioia della nostra vita. Ma i discepoli non hanno ancora questa fede ma un giorno l’avranno. Quando?...

All’inizio della sua attività, Gesù non ha mai parlato della sua morte o della resurrezione. Ha dovuto preparare i suoi per questa notizia nuovo, inaudita, inattesa. Li ha chiamati a stare con lui e passo dopo passo li ha preparati in tutte le circostanze e per tutte le circostanze. 

Alla festa familiare: Gesù inizia la sua attività pubblica dalle nozze di Cana. Fate quello che egli vi dirà, fecero come disse lui e la festa continuò. Se facciamo quello che Egli ci dice, saremo capace di affrontare qualunque notizia. 

All’ascolto della sua parola: la folla affamata che lo segue da diversi giorni, date voi stessi da mangiare, non abbiamo niente, fateli sedere, furono saziati cinque mila uomini, senza contare donne e bambini. Dal niente si passa a tanto per la sua parola.

Al lavoro: Abbiamo faticato tutta la notte non abbiamo preso niente. Provateci ancora: sulla tua parola getterò le reti. La pesca è abbondante. Senza Gesù non si prende niente, con Gesù si ha tutto. Voi che andate a lavorare anche di Domenica nella campagna e non venite alla Messa cercate di dedicare un’ora a settimana al Signore, sarà abbondante il vostro raccolto. Sarà benedetto il vostro lavoro.

Nelle diverse situazioni di sofferenza: Guarigione del lebbroso. La lebbra, una malattia orribile, ti sfigura, ti distrugge lentamente, ti fa cadere le dita dei piedi e delle mani. Gesù lo guarisce. Indemoniato, esci da questo uomo, lo spirito immondo lo obbedisce. Guarigione del paralitico, Gesù lo libera dalle catene del peccato. Ti sono perdonati i tuoi peccati. Alzati e va a casa tua. La suocera di Pietro viene guarita e si mise a servire. 

Nella sofferenza morale: Simone tu non mi hai dato l’acqua per lavare i piedi, non mi hai dato un bacio, non mi hai profumato la testa. Questa donna mi ha bagnato i piedi con le lacrime, e li ha asciugati con i suoi capelli. Le saranno perdonati molti suoi peccati perché ha amato molto. Non basta dare da mangiare ma bisogna amare.

Alla adultera: questa donna ha peccato deve morire, dicono i farisei. Certo disse Gesù, il frutto del peccato è la morte, ci dice S. Paolo. Ma Gesù li ricorda se voi non avete i peccati allora avete tutto il diritto di giudicarla, se invece anche voi siete peccatori come potete giudicarla? Uno dopo l’altro se ne andarono via.

Alla samaritana: donna dammi da bere. La samaritana non lo conosce, sa solo che lui non è un samaritano. Se tu conoscessi chi è colui che ti parla… Vai a chiamare tuo marito. Non ho marito disse la donna. Si, hai detto bene, perché hai avuto diversi mariti e quello attuale pure non è tuo marito. Questo uomo mi ha letto nel cuore, mi ha detto tutto quello che ho fatto, è un profeta, la Samaritana annuncia a tutti gli abitanti del villaggio. Ella credette ed insieme a lei molti altri cedettero in Lui, non per le parole della samaritano ma per le parole di Gesù.

Alla fine, in occasione dei morti.  Il figlio della vedova di Nain. Non piangere, ecco tuo figlio. Lo restituisce alla madre. La figlia di Giairo: la bambina non è morta. Tutti si mettono a ridere. Bambina alzati. La bambina si alzò, Gesù la diede alla madre. Furono tutti meravigliati.

Lazzaro vieni fuori: il morto usci con le bende e molti che erano venuti per consolare Marta e Maria sorelle di Lazzaro, cedettero in Lui. 

Allora sì, che Gesù poteva dire già prima della sua morte, io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me anche se è morto vivrà. Gesù ha preparato i suoi discepoli per ben tre anni per affrontare la sconvolgente notizia della risurrezione. Ma tre anni non sono bastati. E noi quanta preparazione abbiamo?  Come abbiamo vissuto la settimana santa, se qualcuno di noi è venuto a confessarsi all’ultimo minuto? 

Non è qui, è risorto, queste parole dell’angelo non sono bastate. Il sepolcro vuoto, i teli piegati e messi in disparte non sono bastati, perché non avevano ancora capito le sacre scritture. I discepoli di Emmaus riconoscono Gesù Risorto dopo aver ascoltato le scritture. Quando capiremo noi? Quando cominceremo ad aprire la sacra scrittura, quando cominceremo a meditarla, quando passeremo dalle cose visibili a quelle invisibili, cioè quando passeremo alla fede. Solo per fede si crede in Gesù Risorto. 

Oggi siamo noi la prova più tangibile del Gesù Risorto. Oggi siamo noi che dobbiamo vivere da risorti, siamo noi che dobbiamo dare la nostra voce a Gesù, siamo noi che dobbiamo compiere il gesto di benedire e il gesto di solidarietà con le nostre mani. Se saremo capaci di dare il nostro cuore per amare gli altri allora sì saremo capaci non solo di credere in Gesù risorto ma anche di gridare agli altri non è qui! È risorto.                                                          

Sia lodato Gesù Cristo!

 

 


RIFLESSIONI DI DON JOSEPH VANSON

 

 

4- RICORDO DI SUOR ANTONIETTA MASCI ( 24-03-2008)

“Cristo mia speranza è risorto”. Fratelli nella fede, queste parole di Maria accolte nella fede ci fanno dire che oggi è il giorno di Sr. Antonietta, il giorno della sua nascita al cielo, come ci ricordano i santi Padri della Chiesa. Oggi lei ha concluso la sua vita terrena, ma ha lasciato un segno indelebile nella nostra esistenza. Guardando la sua vita nostra anima si apre alla gratitudine: quanti suoi gesti ci hanno permesso di crescere e di aprirci con fiducia alla vita, quante sue belle parole ci hanno aiutato ad affrontare le prove e le sofferenze, di condividere ideali e attese!.. Questa riconoscenza è un atto dovuto, che trova molte strade per esprimersi: la vostra presenza, l’accensione di un cero, un mazzo di fiori, una parola buona nel suo ricordo, sono un modo per dire il nostro affetto alla nostra cara suora Antonietta. Nulla, però, più della preghiera costituisce un segno efficace del nostro amore. Una preghiera che diventa ringraziamento e supplica, una preghiera che vuole affidare a Dio Sr. Antonietta che ci ha fatto del bene, che ci insegna fedeltà al Signore Gesù, che aumenta in noi il desiderio di amare Dio e i fratelli, questa è stata la sua vita e questa deve essere anche la nostra: vivere per amare Dio e fratelli.  Possa ora lei trovare in lui la pace e la gioia. Questa è la nostra preghiera, una preghiera non di molte parole ma fatta col cuore che con le labbra. 

L’eucaristia che celebriamo oggi non celebra un morto, non è solo ricordo del passato, ma memoria che crea presente, memoria nella quale Egli stesso si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori, essa proclama che colui che era morto è vivo, e così ci fa vivere anche attraversare valli oscure. Nella ultima tappa della sua vita Sr. Antonietta ha dovuto attraversare la valle oscura della malattia, dell’infermità, del dolore, della sofferenza, ma anche qui il suo sguardo era fissato su Gesù, e così rimase in tutta la sofferenza, si poteva notare sul suo volto anche se sofferente, la gioia del Risorto. Anche nella passione il Risorto ci dà la vera luce per poter dire con il salmista – anche attraversando questa valle, "non temo alcun male perché so che Tu sei con me e abiterò nella casa del Padre". Questa era la sua grande forza: sapeva e credeva fortemente che il Signore era con lei e ripeteva "Tu sei con me". 

Eccomi, era la sua parola preferita, l’ha pronunciata sempre, ogni volta che il Signore ha voluto che la pronunciasse. L’ha pronunciata il giorno della sua prima comunione, della cresima ma soprattutto nel giorno della sua consacrazione al Signore, l’ha pronunciata ogni anno, l’ha pronunciata il giorno del suo 50° anno di consacrazione, di fedeltà al Signore. “Donna davvero è grande la tua fede”, avevo scritto su una foto che l’avevo fatto io nel giorno del suo cinquantesimo anno di vita consacrata al servizio del Signore e dei fratelli. E lo dico ancora è morta come ha vissuto, cioè nella fede. Tutti i giorni Sr. Assunta o i familiari che andavano a trovarla ha sempre detto di stare bene, mai una parola di disperazione ma sempre di speranza. Ha affrontato la morte serenamente e con grande fiducia perché credeva che andava all’incontro con il suo Signore. Per la fede in Gesù che aveva professato in questa vita, per Lui ha speso la sua vita, da lui è ritornata, da lui ora viene accolta.

Eccomi ha pronunciata ancora una volta poco prima di passare all’altro mondo. L’ha pronunciata il venerdì santo quando le portai la Santa Comunione, l’ha pronunciata quando cantò l’ultimo alleluia con Sr Assunta e con le altre consorelle nella veglia pasquale, l’ha pronuncia ora. Era questo lo scopo del suo vivere, vivere per servire e amare Dio e i fratelli. Questo deve essere lo scopo della nostra vita, questa deve essere la nostra fede.

Prendiamo a cuore questo messaggio, non perdiamo di vista Cristo e non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene e che Dio rimane misterioso se non riconosciuto nel volto di Cristo e nel volto dei fratelli. Adesso la nostra cara sorella Antonietta è arrivata nell’altro mondo. Siamo convinti che si è aperta la porta della casa del Padre, siamo convinti che adesso pienamente si realizza questa parola: “vedendo Gesù gioirono”, oggi lei gioisce con una gioia che nessuno le potrà togliere.

In questo momento vogliamo ringraziare il Signore per il grande dono di questa suora, di questa fedele servitore del Signore, di questa anima semplice e disponibile a insegnare i ragazzi nella scuola, a curare i bambini della casa famiglia, a preparare i ragazzi alla cresima nella parrocchia, a portare la parola di Gesù a tutti, a distribuire il corpo di Cristo a tutti, tutte le volte che veniva chiamata.  Affidiamo la sua anima alla bontà del suo e del nostro Signore. E preghiamo perché il Signore ci illumini, ci doni la fede che costruisce il mondo, la fede che ci fa trovare la strada della vita, la vera gioia.

Lei è passata da questa vita all’altra nel giorno della risurrezione del nostro Signore. Ora davanti alla sua bara, se ci lasciamo avvolgere dalla luce della risurrezione, i nostri gesti e le nostre parole si apriranno alla speranza: un giorno ritroveremo le persone care e con loro canteremo a Dio la nostra gioia perché egli ha mantenuto le sue promesse e ci ha strappato per sempre al potere della morte.

Oggi lei doveva essere a Lourdes, la sua meta preferita, ai piedi della Madonna, la sua fedele Signora, ma la Madonna l’ha voluta non a Lourdes ma in Paradiso con lei, per cantare sempre l’alleluia perché il Signore è risorto e se crediamo risorgeremo anche noi.

Sia lodato Gesù Cristo.

 

                Suor Antonietta Masci (foto di Rocco De Vita)

 


 

 

 

 

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Luigi
# Luigi
martedì 22 aprile 2008 18:53
Sono stato un alunno di Suor Antonietta nei lontani anni 1979 - 1984.
Sono rimasto sinceramente colpito e commosso dalla sua scomparsa.
Non dimenticherò mai Suor Antonietta. E' stata per me una maestra non solo elementare ma anche di vita.
ciao Suor Anrtonietta.

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